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Mar

Patrizia Cavalli’s Poetry

Written on March 23, 2008 by Arantza de Areilza in Arts & Cultures & Societies, Literature

Arantza de Areilza

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Patrizia Cavalli’ is one of the most remarkable representative of the Italian poetry of the second half of the 20th century. Her work "Sempre Aperto Teatro" won the prestigious Premio Viareggio for poetry in 1999. Since the first collection "Le Mie Poesie Non Cambieranno il Mondo" (1974), her poetry has come to be recognised as the expression of a distinctive and original poetic personality. Patrizia Cavalli is also the author of "Il Cielo" (1981) and "Poesie" (1999).

"Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un’ala di
rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile

raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità

ascolto, c’è sempre una parola
una paroletta da dire magari per dire

che non c’è niente da dire.

Nel cesto della biancheria sporca
riconosco
l’estate,
i pantaloni leggeri le magliette.

Avevo troppa fretta d
partire
per potermi fermare a ripulire
le tracce della corsa.

Ma prima
bisogna liberarsi
dall’avarizia esatta che ci produce,
che me produce
seduta
nell’angolo di un bar
ad aspettare con passione impiegatizia
il
momento preciso nel quale
il focarello azzurro degli occhi
opposti
degli occhi acclimatati
al rischio, calcolata la traiettoria,

pretenderà un rossore
dal mio viso. E un rossore otterrà.

Quante
tentazioni attraverso

nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la
cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in
terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla
vicina, una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea
principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è
vano
tentare qualsiasi ritorno.

Dolcissimo è rimanere
e guardare nella
immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e
la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.

Montagna
di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei
piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo
involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove
andrò a mangiare.

Ah sì, per tua disgrazia,
invece di partire
sono
rimasta a letto.

Io sola padrona della casa
ho chiuso la porta
ho
tirato le tende.
E fuori i quattro canarini
ingabbiati sembravano
quattro foreste
e le quattromila voci dei risvegli
confuse dal ritorno
della luce.
Ma al di là della porta
nei corridoi bui, nelle stanze

quasi vuote che catturano
i suoni più lontani
i passi miserabili di
languidi ritorni
a casa, si accendevano nascite
e pericoli, si
consumavano
morti losche e indifferenti.

E cosa credi che io non
t’abbia visto
morire dietro un angolo
con il bicchiere che ti cadeva
dalle mani
il collo rosso e gonfio
vergognandoti un poco
per essere
stata sorpresa
ancora una volta
dopo tanto tempo
nella stessa posizione
nella stessa condizione
pallida tremante piena di scuse?

Ma se poi
penso veramente alla tua morte
in quale letto d’ospedale o casa o
albergo,
in quale strada, magari in aria
o in una galleria; ai tuoi che
cedono
sotto l’invasione, all’estrema terribile bugia
con la quale
vorrai respingere l’attacco
o l’infiltrazione, al tuo sangue pulsare
indeciso
e forsennato nell’ultima immensa visione
di un insetto di
passaggio, di una piega di lenzuolo,
di un sasso o di una ruota
che ti
sopravviveranno,
allora come faccio a lasciarti andar via?

Sarebbe
certo andato tutto bene,
una passeggiata un caffè, al cinema
qualche
volta insieme, le cene
a casa o al ristorante; sarebbe stato
insomma
tutto regolare
se all’improvviso togliendosi gli occhiali
non si fosse
seduta sorridendo
con un’aria leggermente impaurita
e i capelli un po’
spettinati
che la facevano sembrare appena uscita
da un sonno o da una
corsa.

Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una
corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli
piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio

sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca
e gli occhi
si passavano un sorrido che non si apriva mai
e correndo
veloce scompariva
in un attimo e tornava.

Addosso al viso mi cadono le
notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si
accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre
uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si
appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra
perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e
settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella
confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di
una nuova faccia.

Mi ero tagliata i capelli, scurite le sopracciglia,

aggiustata la piega destra della bocca, assottigliato
il corpo, alzata
la statura. Avevo anche regalato
alle spalle un ammiccamento
trionfante. Ecco ragazza
ragazzo
di nuovo, per le strade, il passo del
lavoratore,
niente abbellimenti superflui. Ma non avevo dimenticato
il
languore della sedia, la nuvola della vista.
E spargevo carezze, senza
accorgermene. Il mio corpo
segreto intoccabile. Nelle reni
si
condensava l’attesa senza soddisfazione; nei giardini
le passeggiate,
la ripetizione dei consigli,
il cielo qualche volta azzurro
e qualche
volta no.

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per
il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si
scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il
tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi
aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e
non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro

l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino
non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le
cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Di
essere ormai adulta l’ho capito
da come la notte vado al gabinetto.

Sicura di tornare al grande caldo, prima
era un’interruzione quasi a
occhi chiusi,
veloce e trasognata. Ora è un viaggio lento
e freddo,
staccato dal sonno, dove guardo
sapendo di guardare le stesse
mattonelle
lo stesso muro screpolato, lo stesso secchio
lasciato in
mezzo al corridoio,
e confusa nell’estatico disordine
riconosco il
percorso in un codice
di piccoli sussulti finché mi riconsegno
a un
tiepido torpore castigato.

Nella febbretta cuposa dei risvegli
il
sudore del sonno si ingiallisce
e cola addosso alle finestre, al cielo

anche se è azzurro. E quando esco
dal sibilo dei sogni
che ha lasciato
le mie orecchie ottuse
intossicate dalla ripetizione e riconquisto

lentamente i gesti che mi portino a un’altra posizione
(forse se metto
una camicia a righe
e i pantaloni bianchi, camminerò più in fretta,

avrò un’andatura eretta) dove io non sia
il recinto inerme dei terrori,

l’impresario di scontri clandestini
che alla fine si innamora dei suoi
attori,
trovo una mimosa oro antico
il suo turno di splendore ormai
finito,
il gregge come una nuvola piatta e mobile
sul prato senza più
la frangetta degli agnelli
e il caprone capo col campanaccio al collo

abituato ormai a credere
che muoversi sia il suono.

Esseri testimoni di
se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza

doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è
questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male."

–da Poesie, Einaudi 1999

Comments

TonY March 24, 2008 - 6:34 pm

Splendido paradiso di poesia, c’è un’aria d’isola selvaggia…

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